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	<title>Sud si gira &#187; Robert Redford</title>
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		<title>Redford: 80 anni tra recitazione, regia e impegno</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Aug 2016 12:46:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paola Abenavoli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Circolo del cinema Zavattini]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Redford]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Si potrebbe dire che non ha alcun riferimento con il sud&#8230;ma, in realtà, riguarda la programmazione del Circolo del cinema Zavattini di Reggio Calabria! Quella che ripropongo di seguito, in occasione degli <strong>80 anni di Robert Redford</strong>, è infatti la scheda che ho avuto l&#8217;onore di scrivere, in occasione della rassegna 2014-2015 del Circolo, aperta dal film &#8220;All is lost&#8221;, costruito attorno alla splendida &#8211; e silenziosa &#8211; interpretazione di Redford.</p>
<p><em>Come per il suo &#8220;compagno di avventure&#8221; Paul Newman, la regola hollywoodiana non vale: l’aspetto fisico, nel caso di Robert Redford, come in quello di Newman, non è stato il dato che ha scandito le loro carriere, ma è divenuto strumento, quando l&#8217;età ha cominciato a farsi vedere sui loro volti, per costruire su ogni ruga, su ogni segno sul corpo, un nuovo modo di raccontare, di esprimere emozioni con una intensità, se possibile, maggiore rispetto a quando erano giovani.</em></p>
<p><em>Questo, per Redford, vale naturalmente nel suo lavoro di attore, ma la profondità di una scelta, di un modo di essere si è espressa, nella sua carriera, anche nel suo lavoro di regista. Due momenti che non sono distinti, anzi &#8211; seppure dietro la macchina da presa è arrivato solo nel 1980 (con un autentico gioiello di rigore e di indagine psicologica, mista ad un vero e proprio melodramma, come &#8220;Gente comune&#8221;) &#8211; sono strettamente legati. Redford non ha mai scelto le strade facili, sfruttando appunto l&#8217;aspetto fisico, ma fin dall&#8217;inizio i registi con cui ha lavorato ne hanno colto la forza espressiva per identificarsi in personaggi intensi, sfaccettati, “impegnati”, come gli stessi film da lui interpretati: da “La caccia” a “Il candidato”, da “I tre giorni del condor” a “Brubaker”, una delle prime opere a trattare il tema dei sistemi e della situazione carceraria. Anche nella commedia, comunque sofisticata e d’autore (“A piedi nudi nel parco”, per fare un esempio, scritta da Neil Simon), anche in un film solo apparentemente più “leggero”, pur se vincitore dell&#8217;Oscar (in realtà un esempio di sceneggiatura di ferro, oltre che ricco di critiche &#8220;sottotraccia&#8221;) come &#8220;La stangata&#8221;, anche in pellicole da lui dirette, magari più &#8220;alimentari&#8221; (come &#8220;L&#8217;uomo che sussurava ai cavalli&#8221;, che peraltro gli consentì di mostrarsi scopritore di talenti &#8211; anche in questo caso come l’amico Newman – come quello di Scarlett Johansson, mentre in precedenza aveva rivelato un giovane Brad Pitt), la sua presenza non è mai banale, la sua interpretazione supera la presenza stessa, per diventare quasi indagine analitica di un personaggio o di una storia.</em></p>
<p><em>Come nel caso di &#8220;Tutti gli uomini del presidente&#8221;, il film che ripercorre la nascita dello scoop del Watergate: una storia mondiale che è talmente entrata in quella personale di Redford che l’attore ha deciso di realizzare un documentario sulla vicenda, proprio poco tempo fa. Un elemento che fa capire come l&#8217;aspetto attoriale e quello registico, oltre che umano, siano in realtà andati di pari passo, due aspetti di una stessa personalità. Che non è solo quella del cineasta impegnato in temi politici o sociali, ma quella di una persona (prima ancora che personaggio) che ha una visione del cinema come strumento di analisi della realtà, che gli consente di andare oltre i confini di una industria. Da qui anche la scelta di creare un festival (non a caso chiamato &#8220;Sundance&#8221;, dal nome del personaggio da lui interpretato insieme al suo grande amico Newman in “Butch Cassidy”) che puntasse i riflettori sul cinema indipendente, quando ancora questo tipo di iniziative non esistevano. Un modo di vivere il cinema, e forse la vita, controcorrente, senza fermarsi alle apparenze, ma indagando, sia le storie che gli animi. Lo dimostrano tante sue prove più recenti, come &#8220;La regola del silenzio&#8221;, proposta dal Circolo Zavattini lo scorso anno (e prima ancora “Leoni per agnelli”, un film sicuramente molto complesso, molto scritto e strutturato in maniera inconsueta, ma certamente un pugno nello stomaco dello spettatore, con il suo sguardo diretto sul mondo e sulla politica). E lo dimostrano anche le sue scelte attoriali, tuttora fuori dagli schemi, che lo portano a rischiare, pur non avendo più la necessità di farlo. Mettendoci la faccia (non solo metaforicamente), dando fiducia a registi quasi esordienti, dannandosi l&#8217;anima perchè la distribuzione non è stata coraggiosa e infischiandosene se l&#8217;Academy, ancora una volta, lo snobba. Perchè i premi non servono, quando ancora si ha l&#8217;animo di un ragazzino, che, al contrario del personaggio che gli diede la fama, ovvero Hubbel di &#8220;Come eravamo&#8221;, non riesce a stare lontano dall’impegno, non può fare a meno di sperimentare, magari a volte concedendosi una pausa (in fondo, “Proposta indecente” possiamo pure perdonarglielo….), ma con la consapevolezza di “essere cinema”, non solo di farlo. E di saperlo fare.</em></p>
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